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Pensioni: 40 anni effettivi di lavoro…esclusa carriera universitaria e militare

Per andare in pensione d’anzianità serviranno quarant’anni effettivi di lavoro. Dall’anno prossimo non si potranno più utilizzare né gli anni del riscatto della laurea né il tempo trascorso nel servizio militare. Fp-Cgil: “il maggiore danno per i medici. Tra laurea e specializzazione, il rinvio è tra i dieci e i dodici anni”.

 

Sempre più tardi. Dal 2012, per andare in pensione d’anzianità serviranno quarant’anni effettivi di lavoro. Gli anni del riscatto della laurea e quelli del servizio militare, dall’anno prossimo, non si potranno più utilizzare. Sì perché ai fini del pensiona­mento anticipato con 40 anni di contributi, ovvero la via più utilizzata per la pensione di anzianità, non conteranno più né gli anni di studio trascorsi all’università né il tempo vissuto sot­to le armi. Non certo una buona notizia, se si pensa che il riscatto della laurea a molti è spesso anche costato caro.All’ultimo punto del comunicato reso noto ieri dalla presidenza del Consiglio dei Ministri viene riportata, nella breve lista delle modifiche che il decreto subirà, quella del “mantenimento dell’attuale regime previdenziale già previsto per coloro che abbiano maturato quarant’anni di contributi con esclusione dei periodi relativi al percorso di laurea e al servizio militare che rimangono comunque utili ai fini del calcolo della pensione”.

Fp-Cgil ha da subito criticato l’introduzione di una simile norma. Per i responsabili del sindacato di categoria della funzione pubblica, la norma “determinerà proprio nei confronti dei medici il maggiore taglio che oscilla tra i dieci e i dodici anni, considerando che ai sei anni per la laurea vanno aggiunti dai quattro ai sei anni per la specializzazione”. Anche l’esperta di previdenza Elsa Fornero ha criticato il provvedimento definendolo un “intervento meschino ed estemporaneo ipotizzato da chi non capisce di sistemi previdenziali”.

Anche Luigi Angeletti, segretario della Uil, ha criticato severamente la mossa del governo. “E’ stata cambiata una regola mentre il gioco era aperto – ha detto Angelletti in un’intervista rilasciata oggi alla Stampa – qualcuno si era fatto i suoi conti per andare in pensione quest’anno, l’anno prossimo e così via.” Angeletti ha anche spiegato come il riscatto per alcune tipologie di persone aveva senso solo per il recupero degli anni e non per il calcolo della pensione. “Chi aveva 15 anni di contributi nel 1992 andrà in pensione con il retributivo e quindi l’eventuale riscatto della laurea non serve a nulla se non a recuperare anni ai fini dell’anzianità. Se gli tolgono anche quello…”. Inoltre la norma introdurrebbe una discriminazione di genere. “Sono penalizzati i maschi che hanno fatto il servizio di leva. Se quella esperienza non vale per l’anzianità per cosa vale?”.

Visto il contrastato dibattito interno alla maggioranza e le continue modifiche prefigurate è difficile dire con certezza cosa ci sarà davvero in manovra alla fine dei passaggi parlamentari. A queste incertezze vanno aggiunti anche tutti i dubbi relativi alla definitiva scrittura di questa norma. Ad ogni modo, chi maturerà i requisiti per la pensione di anzianità con il metodo retributivo rischia di essere tra coloro che saranno più danneggiati. Per loro infatti il riscatto della laurea rischia di andare perduto, non solo in termini di tempo ma anche in termini di denaro. Perché nel loro caso, la pensione è calcolata al massimo su quarant’anni di versamenti e quindi la contribuzione relativa al riscatto della laurea non avrà più alcun senso. Chi invece andrà in pensione con il metodo contributivo vedrà posticipata la data di pensionamento ma potrà vedere calcolata la propria pensione anche sui contributi riscattati per la laurea.
tratto da miojob.repubblica.it